jenoveffe

Jenoveffe, la donna che ha deciso di non morire

Jenoveffe, la donna che ha deciso di non morire- è una storia vera. 

È trascorso un mese da quando sono salita sull’aereo che mi ha portata in Ruanda, nel cuore profondo dell’Africa Centrale. Solo ora la mia mente è riuscita a codificare e razionalizzare i dati che il mio cuore le ha trasmesso. Ossia le mie emozioni provate in quella terra lontana.
E dunque solo ora riesco a riportare per iscritto parte di ciò che è stato, che ho visto e vissuto.

Il Ruanda è uno stato, grande all’incirca come la Lombardia, piazzato lì tra il Burundi a Sud, la Tanzania a Est, il Congo a Ovest e l’Uganda a Nord. Cosa potrà mai raccontare un paese che è quasi tutto percorribile nell’arco di meno di tre giorni?

Nelle due settimane ruandesi sono entrata in contatto con la Storia. Di rivalità tra hutu e tutsi non ne parla più nessuno apertamente, ma le vecchie tensioni e i nuovi tentativi di riavvicinamento si percepiscono forti nell’aria;
ho visto sfumature di colori che mai prima d’ora erano apparsi ai miei occhi. Ricorderò per sempre il rosso fuoco della terra. Le strade rosse seguivano ad ogni passo il mio passo, e la linea dell’Equatore era all’orizzonte;
ho respirato profumi nuovi, che purtroppo la mente non ha trattenuto perché troppo impegnata a captare altre informazioni. Le strade di campagna erano intrise di odori di ogni tipo, dalla birra di banana e piante di caffè, alla “sambusa” appena fatta. Odori che si mischiavano l’uno con l’altro creando un mix piacevole;
ho ascoltato storie di donne e uomini umili e coraggiosi  che hanno scavato tra le macerie della propria vita e portato alla luce la bellezza.

Jenoveffe è una di loro.

Jenoveffe non ha età: le daresti quarant’anni ma potrebbe averne benissimo una cinquantina.
Ha mani grandi e forti, robuste come quelle di un uomo. Il lungo lavoro nei campi sembra averla stancata solo al viso, in un accenno di rughe lievemente percettibile. È alta e ha difficoltà a camminare. O meglio, aveva, nella sua vita di prima.
Jenoveffe era una moglie, una madre, una lavoratrice. Un giorno le sue gambe si ammalarono gravemente. La mancanza di una tessera sanitaria ( del valore di 3.000 franchi, ossia 3 euro all’anno) non le ha permesso di accedere alle cure mediche. La malattia la costrinse a rimanere a letto per tre anni consecutivi. Una mattina di non si sa quanti anni fa, il marito stanco e stufo di vederla inferma se ne andò di casa per sempre. Abbandonò Jenoveffe e i loro quattro figli, e si ricostruì una vita.
La “casa” in cui vive con i figli è poco più di una stalla. Manca l’elettricità, l’acqua, il gas. Non ci sono finestre né bagno. Dieci metri quadri in tutto. Esagerando.
Andò via il marito e arrivò la malaria– veloce come un fulmine. Talmente veloce che Jenoveffe non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto che le erano morti tre figli in due giorni.
Jenoveffe non è caduta in depressione, non ha tentato il suicidio, non è in cura farmacologica.
Oggi è una donna coraggiosa, più forte di prima.
Si è rialzata dal letto, zoppica, ma sta in piedi. Ha stretto a sé l’ultimo figlio rimasto, permettendogli con ogni sforzo di fargli frequentare la scuola. Lavora ogni giorno il suo piccolo spazio di terra, e fa mangiare il maialino e la mucca nel recinto di fronte casa sua.
Quando l’abbiamo incontrata la prima volta sorrideva. Ci ha fatto accomodare su una seggiolina e ci ha chiesto se ci poteva offrire qualcosa.

autunno

Autunno: la stagione in cui i libri non starnutiscono né si raffreddano

Autunno: la stagione che più amo è iniziata.
Attendo il mese di ottobre con trepidazione- come un bambino la notte di Natale.
L’aria fresca, le foglie dorate sui viali, il profumo di castagne arrosto, le storie favolose sui funghi, le passeggiate in montagna e le luci della sera sono l’essenza del periodo dell’anno che più preferisco.
L’autunno, provoca in me un risveglio- compito che solitamente spetta alla primavera- e una nuova energia. Una gran voglia di fare.
Voglia di, di leggere di più, di scrivere di più. Di immaginare, sognare, fantasticare di più. Perché d’altronde tutti lo sanno, gli gnomi del bosco che tramano alle nostre spalle esistono sul serio. Mica come quel dicembre di Babbo Natale che potrebbe anche non essere vero!
Il colore dell’autunno è il marrone, che è il colore del legno. Con il legno si costruiscono librerie, che contengono libri. L’albero genealogico dei libri, è fatto con lo stesso legno della libreria, che ha lo stesso colore dell’autunno. Quindi non vedo perché i libri e l’autunno non debbano essere parenti. Forse cugini lontani, chissà.
I libri hanno una loro stagionalità- non ai livelli del formaggio, ma quasi- nel senso che si devono scegliere alcuni titoli se inverno o primavera, altri se estate o autunno. Forse sbaglio? Il mese ideale per calarsi al meglio nella storia di “Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, non è forse contenuto nel titolo? Analogamente, “La bella estate” di Cesare Pavese o “Una notte di mezza estate” di William Shakespeare.
I libri vogliono bene al loro cugino autunno, perché insieme a lui non sudano mai- come d’estate-, non si raffreddano mai- come d’inverno-, né starnutiscono mai- come in primavera. Ma riescono a godersi l’aria fresca dei pomeriggi al parco, il sole tenue della spiaggia senza più turisti, il silenzio sui gradini ai piedi di una cattedrale di una grande città.
L’autunno è uno stato d’animo, un pensiero, un proposito buono. I libri, ugualmente.
In quanti la pensano come me? 🙂

Moneglia: il sogno di Valentina diventa realtà quando meno se lo aspetta

Moneglia è un paese “di poche anime” secondo alcuni, “di poche persone” secondo me. Le persone che incontro hanno qualcosa da raccontare, e in ogni loro racconto colgo una bellezza fatta di piccole cose belle.
La storia di Valentina Orani è quella di un sogno che diventa realtà.
Valentina ha 31 anni, nata a Moneglia, è sposata, ha un figlio, una laurea in Scienze Pedagogiche e fino a qualche mese fa un sogno nel cassetto. Scrivere un libro.
Poi arriva il giorno in cui quel sogno dal cassetto vuole uscire…
-Valentina, come è nata l’idea di scrivere un libro?
« Sogno di scrivere un libro da sempre, dai tempi della scuola elementare. Alle medie poi ho incontrato un’insegnante a cui ho rivelato la mia passione per la scrittura. Lei ha creduto in me, e da quel momento in poi il mio sogno ha continuato a crescere.»
-“Il ladro senza volto (ovvero la concatenazione di eventi che portò all’arresto di un pinguino)” è il titolo del tuo libro. Qual è la concatenazione di eventi che ti ha permesso di iniziare a scrivere?
« Non è stato facile iniziare. Ho sempre cercato il momento giusto senza mai trovarlo. Un regalo inaspettato da parte di mia madre, un computer nuovo, accompagnato dalla frase “ho letto i tuoi racconti, mi sono piaciuti, ora puoi scriverli” e l’incoraggiamento di mio marito- che sempre ha creduto in me- mi hanno dato la forza che cercavo.»
– La protagonista del libro, la detective Doreen Dorsen, ha qualcosa in comune con l’autrice?
«
Sì, è imbranata esattamente come me! »
Il libro di Suellen Regys, pseudonimo scelto dall’autrice, appartiene al genere del giallo umoristico. Doreen Dorsen- la protagonista della vicenda- vive a New York, dove, da tempo, lavora come detective ad un caso abbastanza bizzarro e contorto. Solo grazie alla propria intelligenza, curiosità e passione riuscirà a venirne a capo.

Di Valentina mi ha colpito la simpatia, l’autoironia- dote più che pregio- e la capacità di trasformare in punti di forza i propri limiti e le proprie paure. Il libro è auto pubblicato, anche perché “Cerco l’approvazione di me stessa, non degli altri. La prima a credere in me devo essere io.”

 

Il libro: Il Ladro senza volto (Ovvero la concatenazione di eventi che portò all’arresto di un pinguino) di Suellen Regys

moneglia

Moneglia: intervista improvvisata tra i tavoli della pizzeria Sciamadda

Moneglia nasconde segreti e misteri, custodisce storie, cristallizza pettegolezzi di coloro che a Moneglia hanno deciso di vivere per tutta la vita, o solo per un periodo, di andarci in vacanza o di andare e poi tornare.
Storie di pescatori, sarti, falegnami, pizzaioli; storie di oliveti e terreni coltivati; storie di uomini e donne perbene, storie di alta infedeltà, e storie di migranti.
Quanti monegliesi lasciarono il paese alla ricerca di fortuna in terre lontane? Chi partì solo, chi con famiglia, chi con valigia, chi senza. Chi un giorno tornò, chi invece scelse l’ oltreoceano.
La storia di Michelangelo Milano e di sua moglie l’ho raccolta al volo, mi è passata davanti come un treno in corsa, durante una calda e caotica sera di agosto, mentre servivo ai tavoli di una pizzeria.
Michelangelo e sua moglie, ordinano una bottiglia di Brunello di Montalcino da accompagnare alle pizze. Li sento parlare tra loro in inglese. Dai modi sembrano entrambi i classici americani in vacanza. E infatti lo erano. Ma scopro, tra una portata e l’altra che Michelangelo parla molto bene anche l’italiano. Incuriosita cerco di capire qualcosa di più. “Mia moglie ed io viviamo a Chicago, siamo due medici” mi racconta Michelangelo, mentre sparecchio il loro tavolo. La moglie parla solo in inglese e non fa altro che complimentarsi per l’ottima pizza. Continuamente, non ripeteva altro. Le sorrido e la ringrazio.
– Come mai a Moneglia?- chiedo tutta trafelata.
– Mia madre è di Moneglia, ha la casa qui e noi quando possiamo veniamo a far visita.
Ho pensato “cazzo, che storia figa”. Michelangelo deve aver decifrato il mio pensiero, ed è scoppiato a ridere. Mi ha raccontato così di Chicago, dei loro cinque figli, e di quando i suoi genitori hanno deciso di lasciare Moneglia per vivere in America. Aveva nove anni quando la famiglia si trasferì, ma non ha mai dimenticato il colore del mare e il profumo dell’olio d’oliva di Moneglia.
La storia dell’umanità è fatta di spostamenti e migrazioni. Gli uomini migrano perché hanno piedi e non radici. Gli alberi hanno le radici. Gli uomini hanno il cuore per tornare nei luoghi in cui hanno dato e trovato amore e accoglienza.
Storie simili a quella di Michelangelo e dei suoi genitori ce ne sono molte altre a Moneglia.
Chi me ne racconta una?

 

robi

Robi Monetti, vacanze a Moneglia da oltre 30 anni

Robi Monetti rivela perché trent’anni fa scelse Moneglia come località turistica per le sue vacanze. 
Conosciuto- per lo più su Facebook- come Robi Monetti, in realtà a Moneglia è noto come “il signore dei Bagni Letizia che fa windsurf”.
Il signor Monetti- capelli bianchi, media statura, occhiali da sole- originario di Milano è stato per molti anni impiegato di banca. Le vacanze le ha sempre trascorse in località affollate e caotiche della riviera romagnola come Milano Marittima.
Poi un giorno… «un amico mi consigliò di visitare Moneglia, paesino della riviera ligure. Inizialmente ero contrario, abituato com’ero a tante persone e a locali aperti tutta la notte. Alla fine, per accontentare il mio amico, accettai» racconta Robi Monetti.
-Che anni erano quando visitò Moneglia per la prima volta?
« Erano gli anni Ottanta, circa. Venni a Moneglia con mia moglie, senza intenzione di restare. Ma il paese piacque moltissimo ad entrambi, così tornammo l’estate successiva e quella successiva ancora. Fino ad oggi.»
-Trent’anni di vacanze trascorse a Moneglia. Cosa l’ha convinta a scegliere proprio Moneglia come meta turistica?
«
Ammetto che mia moglie, mia figlia ed io ci siamo innamorati fin da subito del paesino. Moneglia è piccola ma c’è tutto: ristoranti, pizzerie, gelaterie. Tutto vicino, comodo, a portata di mano. E soprattutto Moneglia ha un mare invidiabile…»
– Il mare di Moneglia lei lo conosce bene…
« Direi proprio di sì. A Moneglia sono riuscito a mettere in pratica una delle mie più grandi passioni: windsurf. Salgo sulla mia tavola appena posso, sia in estate sia in autunno.
– Alla sua età si sente ancora di uscire in mare solo?
« La mia età è un segreto. Le passioni poi si portano avanti indipendentemente dall’età.»


[il signor Monetti, in realtà, tutte le volte che esce in mare con la sua tavola, non è mai solo. È tenuto d’occhio dai bagnini dei Bagni Letizia, di cui lui è fedele cliente.]

deborah

Intervista imperfetta: Deborah e la fotografia mai scattata

Deborah, venditrice ambulante senegalese, 45 anni, è in Italia dal 2006. Vive a Genova e lavora a Moneglia da più di dieci anni.
Deborah arriva a Moneglia con l’inizio della stagione estiva, a giugno, e va via a fine settembre- un mese prima del consuetudinario viaggio in Senegal.
Vende abbigliamento estivo: magliette, canotte, vestitini colorati di ogni taglia. In spiaggia e in paese è molto conosciuta, grazie alla sua simpatia e semplicità. E per questo è diventata un vero e proprio punto di riferimento.
«Mi piace Moneglia, le persone sono tutte brave» racconta Deborah, seduta sotto l’ombrellone, intenta a piegare, all’interno di un grande cesto, magliette e vestiti. Dalle parole di Deborah emerge un grande affetto per Moneglia, i monegliesi, e tutti i turisti conosciuti in questi anni.
Deborah ha un carattere espansivo e socievole, ma quando si tratta di parlare di lei, si ritrae, si chiude come un riccio, e ti guarda come se fossi un invasore. Poi, poco a poco, si scioglie e racconta di suo marito, dei suoi quattro figli, e del colore del cielo senegalese.
Le chiedo il permesso per scattarle una fotografia. Penso, sarebbe bello poterla ritrarre con il cesto dei vestiti in testa, mentre sorride ad una bambina e lascia provare un abito ad una bagnante.
Ma non è possibile. Deborah non ama essere fotografata né da me né da nessun altro. Ha più volte detto no anche a sua figlia. Non ho insistito, e sono rimasta in silenzio.
« Non mi piacciono le fotografie né i telefonini. Quando devo chiamare i miei figli, che sono in Senegal, vado in una cabina telefonica.» Non sentivo l’espressione “cabina telefonica” da molto tempo, quasi l’avevo dimenticata. Ho così riflettuto sul fatto che ci sono persone che non si sono lasciate travolgere dalla rivoluzione tecnologica, e sono rimaste- in un certo senso- se stesse.
Nell’epoca dei mille scatti al secondo, dei selfie e di Instagram c’è ancora chi non ama assolutamente essere ritratto, e poi ricondiviso- chissà quante volte- su uno dei tanti social network.
Quindi mi sono chiesta: cosa significa essere se stessi oggi? In una società che sembra voglia influenzarti sotto ogni punto di vista?


quirico

Domenico Quirico e i migranti: chi sono? da dove vengono? perché?

Esodo
Storia del Nuovo Millennio

[Neri Pozza, Milano, 2016]

Domenico Quirico

 

Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case, 
voi che trovate tornando a sera 
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo 
che lavora nel fango 
che non conosce pace 
che lotta per mezzo pane 
che muore per un sì o per un no. 
Considerate se questa è una donna, 
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare 
vuoti gli occhi e freddo il grembo 
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato: 
vi comando queste parole. 
Scolpitele nel vostro cuore 
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi; 
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa, 
la malattia vi impedisca, 
i vostri nati torcano il viso da voi.[1]

 

Per quale motivo un uomo o una donna- spesso con bambini in grembo- decide di lasciare il proprio paese, pagare ingenti somme di denaro ad un trafficante, salire su di un barcone fatiscente, compiere un viaggio insicuro e rischioso, per giungere in una terra a loro completamente estranea? Cosa li spinge?
E soprattutto chi sono- quale il loro nome e la loro storia- tutti quegli uomini e donne, del nuovo millennio, che partono?
Domenico Quirico– per lunghi anni inviato speciale del quotidiano La Stampa– tenta, con l’abilità di reporter e la sensibilità di uomo, di rispondere a queste domande con lo scopo non solo di capire, conoscere e raccontare la Storia ma anche e soprattutto di distruggere l’alta barriera di luoghi comuni e superficialità che si è eretta in Italia- in particolare- circa il modo di considerare queste partenze.
Di migranti stiamo parlando. Né di rifugiati né di profughi tantomeno di clandestini.
“Non dovremmo usare più, per loro, la parola clandestini: inganna, svia, dovremmo restaurare l’antica cara nostra parola di migranti.” [2]
I migranti sono uomini, donne, bambini che compiono l’atto più antico e profondo della storia dell’umanità: migrare, spostarsi, viaggiare. Per avere salva la vita, per un futuro migliore.
“Gli uomini possiedono piedi e non radici, anzi come ha scritto il grande paleontologo André Leroi-Gourhan: « Eravamo disposti ad ammettere qualsiasi cosa, ma non di essere cominciati dai piedi», e prosegue affermando che la storia dell’umanità inizia con i piedi.”[3]
Domenico Quirico, abbandona la sua tiepida casa italiana e parte per la Tunisia. Si reca presso il porto di Zarzis- il porto dei trafficanti di uomini- e si immedesima nella gente che sta per partire, ossia coloro che si accingono a diventare migranti.
Quirico- ora giornalista professionista, ora uomo- percorre gli stessi passi di quella gente. Paga la stessa cifra, si appropinqua presso lo stesso porto, sale sullo stesso “barcone” – un peschereccio vecchio e malandato, che potrebbe supportare il peso di non più di trenta persone, e ne traghetta almeno cento. Patisce le loro stesse angosce, paure, preoccupazioni: “arriveremo vivi? È lontana Lampedusa? Come affronteremo un naufragio?” ma, pur tuttavia, non viene guardato allo stesso modo. Sia i passeur sia i migranti lo guardano con sguardo sorpreso e interrogativo: “Chi te lo fa fare ad andare volontariamente in un luogo da cui tutti scappano, e a vivere momenti di cui tutti vorrebbero dimenticare?”
I passeur sono i traghettatori di anime, i Caronte del Nuovo Millennio. Perché di trasporto di persone via imbarcazione, e di inferno si sta parlando.

[…] Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! 84
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90
disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”. […][4]

Lo sguardo e le parole che la gente di Zarzis rivolge a Quirico sono esattamente le stesse che Caronte rivolge a Dante quando- chiamandolo anima viva- chiede cosa fa e lo esorta ad allontanarsi da “cotesti che son morti”. E Quirico, in quel contesto, altro non è che anima viva.
Quirico salpa nel cuore della notte- insieme a molti altri uomini e donne- da Zarzis. Il viaggio si è mostrato come previsto rischioso: motore guasto- riparato almeno quattro volte- e sovraffollamento.
Durante il tragitto, Domenico giornalista tenta di intavolare conversazioni e di porre qualche domanda ai suoi compagni accanto. Ma Domenico uomo, percepisce un inverosimile silenzio e intuisce che non è il momento di parlare.
Ad un tratto il motore cede e il sovraffollamento prende il sopravvento. L’imbarcazione affonda. Uomini donne bambini e Domenico in mare. Urla, pianti, disperazione. Sopraggiunge la Guardia Costiera, salva quella gente, e la conduce a Lampedusa, presso il campo profughi. Il viaggio di Quirico era finito, quello dei migranti era appena all’inizio.
“La fuga è un atto liberatorio. Un allontanamento da una condizione o da un luogo divenuti insostenibili; un gesto di rottura col presente, il rifiuto della sua immanente necessità.”[5] Così Carlo Bordoni, scrittore italiano e collaboratore del Corriere della Sera, riassume le parole di Pierre Zaoui- studioso francese di filosofia contemporanea- espresse nel testo L’arte di essere felici (il Saggiatore, 2016).
Infatti è proprio questo il motivo per cui «popoli interi hanno ripreso, braccati dalla disperazione e dalla speranza, ad attraversare il mare»[6]. I migranti del Nuovo Millennio sono persone che scappano, fuggono- più che partire- da guerre, lotte civili, politiche autoritarie e aggressive, morte. Non partire significa morte certa, fisica e spirituale. Partire significa rischiare- forse- di morire. E quel forse diviene ragione di vita, speranza; “la speranza che rende leggeri e cancella la paura e qualche volta oscura anche la ragione.”[7]
Si fugge per istinto di sopravvivenza, per amore della vita. Si fugge non per se stessi, ma per i propri figli. Si fugge per un’idea di futuro. Si fugge per una terribile sacra pazienza di vivere[8]. Si fugge per denunciare all’Occidente costa sta accadendo  al di là del Mediterraneo. Si parla di fuga, non di codardia. Codardia è ben altro.
Coloro che fuggono sono persone umili, semplici, innocenti. Persone che hanno sempre tentato di condurre una vita dignitosa nei loro paesi; persone intrappolate nella ragnatela del potere e della violenza. Persone come noi, noi che invece viviamo nelle nostre tiepide case.
E il Mediterraneo cosa rappresenta?

Per la Storia, la “grande cerniera di cui l’avventura umana ha fatto il suo ambito prediletto, nord contro sud, est contro ovest, Oriente contro Occidente, l’Islam all’assalto della Cristianità.”[9] Per papa Francesco, “un cimitero”[10].
Il Mediterraneo non è solo un luogo geografico, ma anche e soprattutto un luogo storico, sociale e politico.
Domenico Quirico affronta il tema della migrazione, nucleo concettuale del giornalismo internazionale.
Infatti, come afferma Jean-Paul Marthoz nel manuale Journalisme International, i conflitti interculturali e le migrazioni costituiscono “il cuore dell’attualità internazionale”.[11]
Le migrazioni sono, per definizione, un soggetto globale, perché questi movimenti simbolizzano l’interconnessione del mondo.

 

 

[1]  Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

[2]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 30

[3]  Marco Aime, Contro il Razzismo, Einaudi, Torino, 2016, pag. 47

[4]  Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto III, vv. 82-93

[5]  Carlo Bordoni, La bolla ambientale, La Lettura supplemento del Corriere della Sera, 11 settembre 2016

[6]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 53

[7]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 22

[8]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 58

[9]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 49

[10]  Paolo G. Brera, Il Papa:”Mediterraneo, un cimitero”, La Repubblica, 18 settembre 2016

[11]  Jean-Paul  Marthoz, Group De Boeck, Bruxelles, 2012

robi

Moneglia: dove andare per scegliere un buon libro?

Moneglia, piccolo paese di mare incastonato tra due promontori, Punta Moneglia e Punta Rospo, è il luogo del cuore sia dei suoi abitanti sia dei tanti turisti che ogni estate fanno visita. Un luogo ameno in  cui potersi rilassare e godersi il sole delle spiagge, l’ombra del viale di palme e le fritture miste dei tanti e graziosi ristorantini di pesce.
Moneglia, tenta di soddisfare un po’ tutti i palati: ampia scelta di gelaterie e focaccerie, gastronomie, pesce fresco e un lungo eccetera di gustosi prodotti tipici liguri.
A Moneglia non si viene solo per soddisfare gli appetiti, ma anche e soprattutto per arricchire l’animo, per esempio con la lettura di un buon libro.
E allora, dove poter andare per scegliere un libro?
Anche in questo caso la scelta è ampia, sebbene non ci siano delle vere e proprie librerie.

Libri presso stabilimenti balneari:

  1. “Bagni La Secca”

    Lmonegliaa casetta dei libri la potete trovare oltre la “prima galleria” in direzione Sestri Levante, presso “La Secca”– stabilimento balneare elegante e accogliente. I libri sono in prestito, a disposizione dei clienti. Si possono trovare titoli disparati, italiani e stranieri. Certamente non può mancare “Piccole donne crescono” di Louisa May Alcott. Letture per ragazzi e adulti che decidono di far fruttare il loro tempo sotto l’ombrellone…

 

2. “Bagni Monilia”

moneglia

Nel viale “dei voltini” trovate anche quello di Simone e Stefano, storici gestori dei Bagni Monilia. In terrazza, tra piante di ogni tipo, compare un piccola libreria- realizzata anche con la collaborazione dei clienti. Cosa leggere mentre bevo un caffè o mangio un gelato?
“Il rapporto segreto” di Tom Rob Smith o “Cose che nessuno sa” di Alessandro D’Avenia?
E se sono un bambino o una bambina? Allora… “Scooby Doo” o “Geronimo Stilton“.

Libri presso edicole-cartolerie:

3. “La Sfinge”

L’edicola-cartolibreria “La Sfinge”– per i monegliesi meglio nota come “da Alfio” e per i più giovani come “da Cimmi”- si trova nel centro storico di Moneglia. Non è una semplice edicola, ma un vero e proprio punto di incontro. L’angolo dei libri non può mancare: sia interno, sia esterno nella bella stagione. Puoi comprare e ordinare libri… oltre a quelli per i compiti delle vacanze! 

4. “Papiro”

 Il “Papiro” per quanto riguarda i libri, vende principalmente quelli per bambini- cartonati e colorati. Non manca qualche titolo per adulti e la mappa dei sentieri di Moneglia. Il negozio fa angolo con il caruggio, poco distante dalla gelateria Tre Archi.

 

5. “Edicola Calabrò”

Ho buoni motivi per pensare che anche l’edicola Calabrò abbia un nome. Ma, ahimè, come succede nei piccoli paesi in cui ci si conosce tutti, si finisce per chiamare un negozio con il nome ( o cognome) del proprietario dimenticando completamente quello reale. Ovviamente, chi lo sa, lo dica!!
Qui si possono trovare, nascosti tra i giochi per la spiaggia, diverse collane di libri per bambini, tra cui “Il Battello a Vapore”.

Libri in Focacceria:

6. “A fugassa du caruggiu”

La “fugassa du caruggiu” è il nome che i nuovi proprietari hanno dato alla piccola focacceria monegliese. Per lunghi anni si è chiamata “Cesare&Ornella” o “Ornella&Cesare” o meglio ancora “da Cesare” o “da Ornella”. Insomma, chiamata come si vuole, ma l’attuale Fugassa du Caruggiu è l’unica focacceria di Moneglia che possiede libri da prestare ai clienti. Una sorta di bookcrossing focaccioso. Nulla di più appetitoso…

Ma non è tutto qui… Per chi ha desiderio di scegliere con calma il suo libro può sempre:
recarsi in biblioteca
La Biblioteca “Clemente Dolera“- in via Caveri- all’interno dei giardini pubblici per bambini, dispone di romanzi di ogni genere, riviste e magazine.
attendere il Barattino
Per il week-end del 4/5/6 agosto è in programma un mercatino di libri- allestito nella piazzetta della posta. Frutto di passione e idee geniali, il mercatino-dei-libri-in-piazza è un appuntamento immancabile per tutti gli amanti della lettura, e non solo.
Infine, c’è un ultimo posto in cui poter trovare libri a Moneglia:
la sala d’attesa del dottor Giuseppe Avanzino.

Beh, per essere un piccolo paese- ligure per giunta- incastonato non tanto tra due promontori quanto tra le gallerie, senza una vera e propria libreria, mi sembra che se la stia cavando bene nel compito di far leggere e informare abitanti e turisti. 

 

maggio

Maggio: tempo di ciliegie e libri

Maggio è giunto ormai al termine. Poco a poco, si fa strada l’estate, e – neppure troppo timidamente- tende ad acciambellarsi come un gatto negli spazi vuoti lasciati dalla primavera.
Per chi vive al mare, è già tempo di sabbia costumi e primi bagni. Per chi vive in città, tempo di parchi, sandali e colorati gelati da gustare alle porte di un museo.
Ma per tutti è tempo di ciliegie e libri. 
Si affonda una mano nel cestino della frutta, si pesca una ciliegia, e se capita “la coppia”- due ciliegie unite dal gambo- allora la memoria fa un tuffo all’indietro. Si torna a quando si era bambini, quando coppie di ciliegie diventavano magicamente meravigliosi orecchini. Chi non l’hai fatto mai? E si ride- o semplicemente si sorride- al solo ricordo.
Poi, si allunga l’altra mano sullo scaffale di libri e si sceglie il titolo più fresco possibile. La mano scorre lontana dalla lunga lista di libri comprati come compiti delle vacanze; lontana dai primi piatti invernali; lontana da lunghi romanzi da poltrona. E dopo un lungo eccettera, ci si accorge che di titoli freschi- a maggio- neppure l’ombra.
L’ombrellone che aspetta, le ciliegie da mangiare sotto l’ombrellone che aspettano, i fianchi effetto prova costume che aspettano. Tutti che aspettano te, indeciso sul titolo, smarrito perché non trovi quello giusto.
Maggio ti ha colto impreparato? Non hai ancora scelto o trovato i tuoi titoli freschi-da ombrellone? Alt. Calmiamoci, nessuna crisi di panico.
Hai due possibilità:
1) Inviare una e-mail a matchbook@nytimes.com chiedendo alla redazione un consiglio sulla lettura estiva. Sul New York Times Book Review è arrivata una nuova rubrica settimanale: si chiama Match Book ed è uno spazio dedicato a tutti i lettori alla ricerca di consigli letterari. Ho letto che la redazione ha promesso di rispondere a tutti coloro che invieranno la mail.
2) Puoi seguire il mio blog. Poco a poco pubblicherò una summer-booklist: titoli freschi- non solo di stampa- da poter leggere sotto l’ombrellone. 

torino

Torino va oltre il confine grazie al Salone Internazionale del Libro

Torino si è aperta ancora una volta ai lettori, per fortuna.

“I libri vivono vivi, se li senti,
se di loro rammenti odore e forma,
ospiti solitari del cammino,
antiche sentinelle della notte
poggiate l’una all’altra per destino”

Sabato 20 maggio ho avuto la possibilità di fare un salto a Torino, per dare un’occhiata alla tanto attesa e discussa trentesima edizione del Salone del Libro. Bei pensieri e forti emozioni. A voi i miei incontri:
1° appuntamento:
Sala Gialla, ore 11, Luis Sepúlveda dialoga con Carlo Petrini. Introduce: Luigi Brioschi
Incontri di quelli che segnano l’inizio di una nuova era. Due uomini eccezionali, di intelligenza e sensibilità rara, seduti a dialogare di fronte ai miei occhi e a quelli di altre duecento persone.
L’uno robusto, folti capelli neri, barba brizzolata, occhiali e un affascinante accento spagnolo. L’altro, in giacca e camicia, sguardo severo , occhi piccoli, accento piemontese.
Entrambi nati nel 1949, rispettivamente in Cile e in Piemonte, lontani solo geograficamente, perché uniti da un amore incondizionato per l’umanità, da un affetto per i poveri, da un’idea di felicità condivisa, da ritmi lenti ed efficaci. Insieme hanno affrontato i temi dell’integrazione, della solidarietà, e dell’importanza di aiutare chi si trova in difficoltà per ragioni che vanno al di là del proprio volere.

2° appuntamento:
Sala Filadelfia, ore 14, Lucilio Santoni e Giorgio Colangeli commentano un testo di Federico García Lorca [E poi libri, e ancora libri. Edizioni Lindau. Gennaio 2017]

libri

Nel lontano 1931, Federico García Lorca pronunciò celeberrime parole d’amore per la cultura e per i libri, in occasione dell’inaugurazione della piccola biblioteca di Fuente Vaqueros, suo paese natale. Quel discorso- divenuto noto- per la sua forza e intensità, è arrivato oggi nelle mani giuste, quelle di Lucilio Santoni. Di fronte al testo di un autore della Letteratura, è impresa ardua commentare, interpretare, dire la propria. Lucilio Santoni, a mio avviso, ha dimostrato di essere all’altezza della situazione. La mission impossible è stata portata a termine eccellentemente: una riflessione profonda, un percorso mentale a tappe- una poesia per ciascuna tappa- un’analisi senza “ma” dell’animo umano.

3° appuntamento:
Sala Spazio Autori, ore 16.30, Valeria Di Napoli, Susanna Tartaro, Valeria Parrella
Tre donne, tre intelligenze, tre sensibilità. Incontro al femminile, nel senso più creativo e accogliente dell’espressione. Tre personalità diverse, hanno dialogato tra loro e con il pubblico, sulla figura della donna che emerge oggi dai giornali. Attraverso una rubrica settimanale, un blog e un’intervista, le tre donne lavorano attivamente per cogliere e portare alla luce aspetti della femminilità ancora oggi sotto il controllo dell’uomo.
Più di tutte, mi ha emozionato Susanna Tartaro, con la capacità di raccontarsi senza mai svelare il lato misterioso di sé e del suo blog. Con la sensibilità di una lettrice, e la professionalità di una donna che crede nel proprio mestiere.

Tre grandi appuntamenti, tante emozioni, tanti pensieri e tanta voglia di continuare a conoscere il meraviglioso mondo dei libri.


Voto Sì al Salone del Libro di Torino, Sì alla Cultura.

rosa

Rosa gialla, regalata in un giorno di pioggia

Ho ricevuto una splendida rosa gialla (foto), in un grigio giorno di pioggia.
Nessuno pensa ai fiori, alle rose, alle sorprese nei giorni di pioggia. Ma la mia piccola rosa gialla è arrivata, e con minuscole gocce d’acqua si è fatta avanti.
È una rosa diversa da tante rose uguali- per colore, forma e pensieri. Sì, esatto, pensieri.
La mia rosa gialla ha pensieri saltellanti, come quelli di un piccolo grillo felice, di quei grilli che lungo i campi corrono nelle mattine d’estate.
La mia rosa gialla ha pensieri canterini, come quelli dei colibrì, di quei colibrì che si fanno largo nell’aria aperta e nel forte vento del nord.
La mia rosa gialla è timida, come un bambino innamorato, di quei bambini che ancora scrivono poesie per la loro compagna di banco.
La mia rosa gialla è felice perché per sempre resterà tra le dita di chi ama e amore darà.

 

chiavari

Chiavari e il suo Festival della Parola

Chiavari– nota città della Riviera Ligure di Levante- ha ospitato per il quarto anno consecutivo il Festival della ParolaDal 4 al 7 maggio il Festival domina la scena cittadina, coinvolgendo sia molte persone del luogo sia molti turisti.
Scrittori, giornalisti, musicisti, fotografi e molti altri artisti ancora sono stati invitati per raccontare- attraverso la propria esperienza professionale- il valore e l’importanza della parola.
Oggi più che mai la parola riveste un ruolo centrale nel mondo della comunicazione, dei social media e social network. Su Twitter per esempio, i caratteri a disposizione per un cinguettio, corrispondono a poco più di una manciata di parole.

“Quid est veritas?” chiede Massimo Righi– direttore di Il Secolo XIX– al suo pubblico.
Ieri, presso l’auditorium S. Francesco di Chiavari, ho avuto la possibilità di ascoltare le parole di un grande giornalista circa il valore e la conoscenza della verità.
Il tema dell’incontro- coordinato da Massimo Righi e Roberto Pettinaroli (responsabile edizione levante Il Secolo XIX) era quello del rapporto tra fake news e giornalismo.
Come riconoscere, smascherare e ridere delle fake news? Leggendo, tanto.
Leggere, rileggere e pensare. Pensare, dubitare, interrogarsi. Interrogarsi, essere curiosi, cercare risposte. Cercare risposte, confrontare, intuire. 
È la risposta di Massimo Righi per il suo pubblico, tra cui non solo appassionati di lettura o giornalismo.
Dopo l’incontro con Massimo Righi e Roberto Pettinaroli, è salita sul palco un’altra grande giornalista.
Emanuela Zuccalà– giornalista reporter e blogger italiana- firma di IODONNAsupplemento de Il Corriere della Sera, si occupa della difesa diritti delle donne.
Ieri ha presentato il suo libro Donne che vorresti conoscere. Si tratta di ventisei storie tutte al femminile- toccanti e struggenti- raccolte durante i tanti viaggi di lavoro di Emanuela.
L’autrice affronta temi attuali, con un taglio giornalistico e una mente femminile, vicina più che mai alle testimonianze di donne a cui è stato tolto tutto, ma che tutto ancora hanno da donare.
Emanuela Zuccalà ha deciso di raccontare tutto in un libro “perché un libro dura potenzialmente per sempre!”