Domenico Quirico e i migranti: chi sono? da dove vengono? perché?


Esodo
Storia del Nuovo Millennio

[Neri Pozza, Milano, 2016]

Domenico Quirico

 

Voi che vivete sicuri 
nelle vostre tiepide case, 
voi che trovate tornando a sera 
il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo 
che lavora nel fango 
che non conosce pace 
che lotta per mezzo pane 
che muore per un sì o per un no. 
Considerate se questa è una donna, 
senza capelli e senza nome 
senza più forza di ricordare 
vuoti gli occhi e freddo il grembo 
come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato: 
vi comando queste parole. 
Scolpitele nel vostro cuore 
stando in casa andando per via, 
coricandovi alzandovi; 
ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa, 
la malattia vi impedisca, 
i vostri nati torcano il viso da voi.[1]

 

Per quale motivo un uomo o una donna- spesso con bambini in grembo- decide di lasciare il proprio paese, pagare ingenti somme di denaro ad un trafficante, salire su di un barcone fatiscente, compiere un viaggio insicuro e rischioso, per giungere in una terra a loro completamente estranea? Cosa li spinge?
E soprattutto chi sono- quale il loro nome e la loro storia- tutti quegli uomini e donne, del nuovo millennio, che partono?
Domenico Quirico– per lunghi anni inviato speciale del quotidiano La Stampa– tenta, con l’abilità di reporter e la sensibilità di uomo, di rispondere a queste domande con lo scopo non solo di capire, conoscere e raccontare la Storia ma anche e soprattutto di distruggere l’alta barriera di luoghi comuni e superficialità che si è eretta in Italia- in particolare- circa il modo di considerare queste partenze.
Di migranti stiamo parlando. Né di rifugiati né di profughi tantomeno di clandestini.
“Non dovremmo usare più, per loro, la parola clandestini: inganna, svia, dovremmo restaurare l’antica cara nostra parola di migranti.” [2]
I migranti sono uomini, donne, bambini che compiono l’atto più antico e profondo della storia dell’umanità: migrare, spostarsi, viaggiare. Per avere salva la vita, per un futuro migliore.
“Gli uomini possiedono piedi e non radici, anzi come ha scritto il grande paleontologo André Leroi-Gourhan: « Eravamo disposti ad ammettere qualsiasi cosa, ma non di essere cominciati dai piedi», e prosegue affermando che la storia dell’umanità inizia con i piedi.”[3]
Domenico Quirico, abbandona la sua tiepida casa italiana e parte per la Tunisia. Si reca presso il porto di Zarzis- il porto dei trafficanti di uomini- e si immedesima nella gente che sta per partire, ossia coloro che si accingono a diventare migranti.
Quirico- ora giornalista professionista, ora uomo- percorre gli stessi passi di quella gente. Paga la stessa cifra, si appropinqua presso lo stesso porto, sale sullo stesso “barcone” – un peschereccio vecchio e malandato, che potrebbe supportare il peso di non più di trenta persone, e ne traghetta almeno cento. Patisce le loro stesse angosce, paure, preoccupazioni: “arriveremo vivi? È lontana Lampedusa? Come affronteremo un naufragio?” ma, pur tuttavia, non viene guardato allo stesso modo. Sia i passeur sia i migranti lo guardano con sguardo sorpreso e interrogativo: “Chi te lo fa fare ad andare volontariamente in un luogo da cui tutti scappano, e a vivere momenti di cui tutti vorrebbero dimenticare?”
I passeur sono i traghettatori di anime, i Caronte del Nuovo Millennio. Perché di trasporto di persone via imbarcazione, e di inferno si sta parlando.

[…] Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave! 84
Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vegno per menarvi a l’altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e ’n gelo. 87
E tu che se’ costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti”.
Ma poi che vide ch’io non mi partiva, 90
disse: “Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti”. […][4]

Lo sguardo e le parole che la gente di Zarzis rivolge a Quirico sono esattamente le stesse che Caronte rivolge a Dante quando- chiamandolo anima viva- chiede cosa fa e lo esorta ad allontanarsi da “cotesti che son morti”. E Quirico, in quel contesto, altro non è che anima viva.
Quirico salpa nel cuore della notte- insieme a molti altri uomini e donne- da Zarzis. Il viaggio si è mostrato come previsto rischioso: motore guasto- riparato almeno quattro volte- e sovraffollamento.
Durante il tragitto, Domenico giornalista tenta di intavolare conversazioni e di porre qualche domanda ai suoi compagni accanto. Ma Domenico uomo, percepisce un inverosimile silenzio e intuisce che non è il momento di parlare.
Ad un tratto il motore cede e il sovraffollamento prende il sopravvento. L’imbarcazione affonda. Uomini donne bambini e Domenico in mare. Urla, pianti, disperazione. Sopraggiunge la Guardia Costiera, salva quella gente, e la conduce a Lampedusa, presso il campo profughi. Il viaggio di Quirico era finito, quello dei migranti era appena all’inizio.
“La fuga è un atto liberatorio. Un allontanamento da una condizione o da un luogo divenuti insostenibili; un gesto di rottura col presente, il rifiuto della sua immanente necessità.”[5] Così Carlo Bordoni, scrittore italiano e collaboratore del Corriere della Sera, riassume le parole di Pierre Zaoui- studioso francese di filosofia contemporanea- espresse nel testo L’arte di essere felici (il Saggiatore, 2016).
Infatti è proprio questo il motivo per cui «popoli interi hanno ripreso, braccati dalla disperazione e dalla speranza, ad attraversare il mare»[6]. I migranti del Nuovo Millennio sono persone che scappano, fuggono- più che partire- da guerre, lotte civili, politiche autoritarie e aggressive, morte. Non partire significa morte certa, fisica e spirituale. Partire significa rischiare- forse- di morire. E quel forse diviene ragione di vita, speranza; “la speranza che rende leggeri e cancella la paura e qualche volta oscura anche la ragione.”[7]
Si fugge per istinto di sopravvivenza, per amore della vita. Si fugge non per se stessi, ma per i propri figli. Si fugge per un’idea di futuro. Si fugge per una terribile sacra pazienza di vivere[8]. Si fugge per denunciare all’Occidente costa sta accadendo  al di là del Mediterraneo. Si parla di fuga, non di codardia. Codardia è ben altro.
Coloro che fuggono sono persone umili, semplici, innocenti. Persone che hanno sempre tentato di condurre una vita dignitosa nei loro paesi; persone intrappolate nella ragnatela del potere e della violenza. Persone come noi, noi che invece viviamo nelle nostre tiepide case.
E il Mediterraneo cosa rappresenta?

Per la Storia, la “grande cerniera di cui l’avventura umana ha fatto il suo ambito prediletto, nord contro sud, est contro ovest, Oriente contro Occidente, l’Islam all’assalto della Cristianità.”[9] Per papa Francesco, “un cimitero”[10].
Il Mediterraneo non è solo un luogo geografico, ma anche e soprattutto un luogo storico, sociale e politico.
Domenico Quirico affronta il tema della migrazione, nucleo concettuale del giornalismo internazionale.
Infatti, come afferma Jean-Paul Marthoz nel manuale Journalisme International, i conflitti interculturali e le migrazioni costituiscono “il cuore dell’attualità internazionale”.[11]
Le migrazioni sono, per definizione, un soggetto globale, perché questi movimenti simbolizzano l’interconnessione del mondo.

 

 

[1]  Primo Levi, Se questo è un uomo, 1947

[2]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 30

[3]  Marco Aime, Contro il Razzismo, Einaudi, Torino, 2016, pag. 47

[4]  Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto III, vv. 82-93

[5]  Carlo Bordoni, La bolla ambientale, La Lettura supplemento del Corriere della Sera, 11 settembre 2016

[6]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 53

[7]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 22

[8]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 58

[9]  Domenico Quirico, Esodo. Storia del Nuovo Millennio, Neri Pozza, Milano, 2016, pag. 49

[10]  Paolo G. Brera, Il Papa:”Mediterraneo, un cimitero”, La Repubblica, 18 settembre 2016

[11]  Jean-Paul  Marthoz, Group De Boeck, Bruxelles, 2012