Jenoveffe, la donna che ha deciso di non morire

Jenoveffe, la donna che ha deciso di non morire- è una storia vera. 

È trascorso un mese da quando sono salita sull’aereo che mi ha portata in Ruanda, nel cuore profondo dell’Africa Centrale. Solo ora la mia mente è riuscita a codificare e razionalizzare i dati che il mio cuore le ha trasmesso. Ossia le mie emozioni provate in quella terra lontana.
E dunque solo ora riesco a riportare per iscritto parte di ciò che è stato, che ho visto e vissuto.

Il Ruanda è uno stato, grande all’incirca come la Lombardia, piazzato lì tra il Burundi a Sud, la Tanzania a Est, il Congo a Ovest e l’Uganda a Nord. Cosa potrà mai raccontare un paese che è quasi tutto percorribile nell’arco di meno di tre giorni?

Nelle due settimane ruandesi sono entrata in contatto con la Storia. Di rivalità tra hutu e tutsi non ne parla più nessuno apertamente, ma le vecchie tensioni e i nuovi tentativi di riavvicinamento si percepiscono forti nell’aria;
ho visto sfumature di colori che mai prima d’ora erano apparsi ai miei occhi. Ricorderò per sempre il rosso fuoco della terra. Le strade rosse seguivano ad ogni passo il mio passo, e la linea dell’Equatore era all’orizzonte;
ho respirato profumi nuovi, che purtroppo la mente non ha trattenuto perché troppo impegnata a captare altre informazioni. Le strade di campagna erano intrise di odori di ogni tipo, dalla birra di banana e piante di caffè, alla “sambusa” appena fatta. Odori che si mischiavano l’uno con l’altro creando un mix piacevole;
ho ascoltato storie di donne e uomini umili e coraggiosi  che hanno scavato tra le macerie della propria vita e portato alla luce la bellezza.

Jenoveffe è una di loro.

Jenoveffe non ha età: le daresti quarant’anni ma potrebbe averne benissimo una cinquantina.
Ha mani grandi e forti, robuste come quelle di un uomo. Il lungo lavoro nei campi sembra averla stancata solo al viso, in un accenno di rughe lievemente percettibile. È alta e ha difficoltà a camminare. O meglio, aveva, nella sua vita di prima.
Jenoveffe era una moglie, una madre, una lavoratrice. Un giorno le sue gambe si ammalarono gravemente. La mancanza di una tessera sanitaria ( del valore di 3.000 franchi, ossia 3 euro all’anno) non le ha permesso di accedere alle cure mediche. La malattia la costrinse a rimanere a letto per tre anni consecutivi. Una mattina di non si sa quanti anni fa, il marito stanco e stufo di vederla inferma se ne andò di casa per sempre. Abbandonò Jenoveffe e i loro quattro figli, e si ricostruì una vita.
La “casa” in cui vive con i figli è poco più di una stalla. Manca l’elettricità, l’acqua, il gas. Non ci sono finestre né bagno. Dieci metri quadri in tutto. Esagerando.
Andò via il marito e arrivò la malaria– veloce come un fulmine. Talmente veloce che Jenoveffe non ebbe nemmeno il tempo di rendersi conto che le erano morti tre figli in due giorni.
Jenoveffe non è caduta in depressione, non ha tentato il suicidio, non è in cura farmacologica.
Oggi è una donna coraggiosa, più forte di prima.
Si è rialzata dal letto, zoppica, ma sta in piedi. Ha stretto a sé l’ultimo figlio rimasto, permettendogli con ogni sforzo di fargli frequentare la scuola. Lavora ogni giorno il suo piccolo spazio di terra, e fa mangiare il maialino e la mucca nel recinto di fronte casa sua.
Quando l’abbiamo incontrata la prima volta sorrideva. Ci ha fatto accomodare su una seggiolina e ci ha chiesto se ci poteva offrire qualcosa.